Autore: Francesco Facchini

  • Giornalismo, riflessioni sul futuro

    Giornalismo, riflessioni sul futuro

    Vivo di giornalismo da quasi trent’anni e ho visto questo mestiere cambiare.

    In questo periodo il mio percorso professionale è stato caratterizzato da molti cambiamenti, da repentine evoluzioni, ma al centro è sempre rimasto il giornalismo. Già, il mio maledetto mestiere, quello che talvolta odio, ma che voglio continuare a fare fino all’ultimo respiro. Osservo il giornalismo e vivo il giornalismo da sempre, ma mai come in questi giorni l’ho trovato in condizioni gravi, almeno nel mio paese. In modo molto chiaro, tuttavia, osservo che ci sono grandi opportunità davanti a noi, opportunità che intendo cogliere.

    Giornalismo e formazione

    Ho frequentato per qualche anno il mondo della formazione nell’ambito del giornalismo. Un’avventura fantastica che mi ha portato a conoscere centinaia di giovani giornalisti. Lì ho trovati tutti energici, coraggiosi, visionari. Lì ho visti, però, immersi in un sistema di apprendimento vecchio, stantio. Basato su concetti di media come “giornale”, “televisione” radio. Media che non esistono più. L’opportunità da cogliere in questo campo è rivedere il concetto stesso di giornalismo e adattarlo al tempo. Il giornalismo è una conversazione, come sostiene il professor Anthony Adornato. Ecco, bisogna formare una generazione di giornalisti che sappiano dialogare con il proprio pubblico. Anche rivedere la parola medium sarà importante. Ora i media sono creatori e gestori di comunità, le quali vanno servite senza dimenticarsi dei principi del giornalismo. Gli studenti di questa disciplina lo sanno? I loro docenti glielo stanno insegnando? Credo di no. Poi bisogna raccontare la verità ai giovani che vogliono fare questo mestiere. Devono crearsi un business, devono essere un brand.

    Giornalismo e business

    Ti spiego quello che sto sviluppando nella mia carriera. Sto cambiando committenti, modelli di lavoro, pubblico, destinatari dei miei contenuti. Non sto cambiando il mio giornalismo. Sto modificando il modo di intenderlo e sto sviluppando tutti i percorsi necessari per fare in modo che il mio giornalismo sia un business e mi dia, sempre di più, il giusto compenso. Nuovi clienti, nuovi contenuti, nuovi formati, al centro sempre la professione. Su piattaforme diverse, per audience differenti. Il giornalista deve considerarsi un businessman che ha l’obiettivo di vendere i suoi contenuti nel modo più professionale e imprenditoriale possibile. Per questo motivo, nella prima parte del 2020 ho creato Algoritmo Umano.

    Homepage – Algoritmo Umano

    Riflettere su come sarà l’economia è un esercizio molto difficile. Algoritmo Umano ci proverà in questa sezione, seguendo due direttive …

    La vetrina della gioielleria

    Algoritmo Umano è la vetrina del mio giornalismo. Per avere un mio contenuto, un mio prodotto, un mio servizio o la mia consulenza, bisogna passare da lì. Si tratta di un laboratorio, della vetrina della gioielleria: Se ogni giornalista avesse il suo negozio virtuale, ogni giornalista potrebbe da quelle colonne ottenere due vantaggi. Il primo: potrebbe creare un formidabile battage di interesse verso quello che sta facendo. Il secondo: con pochi accorgimenti potrebbe creare un’importante interfaccia di pagamento per dare correttezza al rapporto coi committenti. Della serie: vuoi i miei contenuti? Ok, vai sulla piattaforma, magari ne guardi un’anticipazione, poi paghi, poi te li consegno.

    Giornalismo e pagamenti

    Il giornalismo del futuro passa, quindi, dalla necessità di recuperare correttezza tra il conferimento dell’opera dell’ingegno e il pagamento del lavoro. Se il giornalismo ha un futuro questo futuro sarà garantito solo da un patto giornalisti-committenti che riporti al centro la qualità dei contenuti. I modelli di pubblicità della prima era di Internet stanno boccheggiando, di conseguenza i prodotti editoriali a base di click hanno sempre meno senso. In questo vuoto c’è lo spazio per ritornare a parlare del contenuto come prodotto di qualità da vendere (e di conseguenza da pagare adeguatamente).

    Questione di innovazione

    Il giornalismo ha già iniziato il suo cambiamento incontrando l’Intelligenza Artificiale. Nel suo libro Newsmakers, l’innovatore e giornalista Francesco Marconi parla di questo binomio come di un momento che dovrà rinnovare il modo con il quale una notizia viene creata e il modo in cui questa si relaziona alla sua audience. Questo significa che arriveremo in poco tempo alla piena responsività dei media alle persone che li leggono. Il giornalismo italiano è pronto a questo? Si trasformerà il modello economico dell’industria dei media che vivrà una contrazione dei costi e una forte tentazione ad automatizzarsi.

    Il giornalismo (italiano e non) deve essere pronto a fare una cosa specifica. In redazioni completamente rinnovate dallo smartworking, le quali diverranno centri di controllo tecnologico e di pensiero critico, la AI muterà il modo di fare giornalismo, aiutando la parte tecnica e di disamina dei dati per lasciare ai cronisti il tempo dell’analisi e del pensiero per poter allestire nuove tipologie di prodotti editoriali. In questo ecosistema rinnovato nasceranno nuove figure della professione giornalistica. Dobbiamo progettarle e definirle ora. Altrimenti sarà troppo tardi.

  • I social network stanno diventando media

    I social network stanno diventando media

    I social network stanno evolvendo in modo inesorabile e stanno cambiando il loro posto nell’ ecosistema dell’informazione.

    Ok, parto dalle cose che sai già. I social network sono la principale fonte di informazione per intere fasce di età. Il meccanismo è quello dei link che portano ai media di interesse, meccanismo grazie al quale abbiamo assistito alla morte delle homepage dei siti. Fino a oggi le reti sociali sono state soprattutto piattaforme di pubblicazione o, in parte meno preponderante, di connessione. La tendenza sembra cambiare.

    L’ossessione di fregarsi il pubblico

    I social hanno una tattica consolidata per conquistare il mercato: copiarsi. L’ultimo in ordine di tempo a comportarsi in questo modo è stato Instagram che, con i suoi Reels, ha scopiazzato il tanto odiato Tik Took. Nel corso degli anni i vari Facebook, Youtube, Twitter, Snapchat e compagnia si sono dati delle gran spallate con delle puntate anche fuori dal loro core business, come quando Facebook ha inventato le Rooms per iniziare a fornire un servizio di video comunicazione simile a Zoom o Skype. Insomma, i social vivono dell’ossessione di fregarsi il pubblico.

    Creare un medium su queste piattaforme

    Per fortuna si sta facendo strada il cambiamento. In questi ultimi tempi sono venuti allo scoperto alcuni nuovi modelli di media costruiti per recitare il loro ruolo principale su una o più piattaforme di social network. Il caso più eclatante è, a mio modo di vedere, Hashtag Our Stories, il progetto multipiattaforma di Yusuf Omar e sua moglie Sumaiya che sta conquistando milioni di spettatori settimanali su Snapchat, ma ha un’ audience enorme anche su Instagram e Facebook.

    Uno dei video di Hashtag Our Stories su Instagram.

    I media di nuova generazione, quindi, pensano al social network come destinazione principale della produzione di contenuto. Di conseguenza progettano il contenuto con il linguaggio, la grafica e la videografia adatta principalmente alle reti sociali. Diversi i formati, diverse le immagini, diversa la grafica rispetto all’imperante modello televisivo che resiste ancora sul web normale, sui siti, per intenderci.

    I social come editori

    Nel caso di esperienze come HOS so per certo che un social network ha assunto il ruolo di editore. Snapchat, infatti, è uno dei finanziatori della compagnia di Yusuf e della sua compagna di vita. Qualche giorno fa ho perfino visto Tiktok che pubblicizzava un fondo da 300 milioni, di cui 70 destinati all’Europa, da dare direttamente ai creator che volessero presentare un progetto, un format.

    Per i media social come HOS essere finanziati per produrre contenuti direttamente dai social è una via per sostenere il modello di business. Le altre fanno rima con il crowdfunding o con la fornitura di servizi collaterali. I media social sono qualcosa di nuovo e sono ancora alla ricerca di un modello sostenibile, ma osservare questi esperimenti è davvero come osservare il laboratorio dei mezzi di comunicazione del futuro.

    I social come piattaforma di pubblicazione

    Guarda, attentamente, Will e il suo account Instagram e prendi appunti se vuoi creare qualcosa di nuovo nel mondo dei media. Fondata da Alessandro Tommasi e Imen Jane, Will si presenta come una piattaforma che spiega i fondamenti e i cambiamenti dell’economia, della politica e del mondo attraverso la piattaforma fondata da Kevin Systrom e compagni. Da quando è nata a oggi Will ha raggiunto i 400 mila follower su Instagram e ha già diversificato la sua produzione di contenuti con podcast e video podcast. Insomma, Will è una community di persone interessate a certi temi che si trova su un social network, in questo caso Instagram, ma che non ha bisogno di identificarsi in modo preciso in un mezzo di comunicazione o di diffusione del contenuto.

    Un esempio di contenuto testuale di @Will_ita
    Un contenuto video di @Will_ita

    I social sono diventati media o forse hanno cambiato la parola medium

    I media nati sui social network sono molti. Voglio citare anche Milano Allnews dell’amico Fabio Ranfi. Sono la prova stessa che media e social network si sono fusi non sono rimasti nei loro ruoli di produttori di contenti (i media) e di piattaforme di pubblicazione (le reti sociali). Forse c’è di più: i social network e i media nati sui social network, hanno cambiato il senso della parola medium. Chi li segue, infatti, non si cura più del luogo dove prende le informazioni, ma del messaggio e del progetto editoriale che questi nuovi media hanno. Per cui la parola medium è diventata immateriale, è diventata questo: “Un punto di incontro per una community di persone che si vuole informare su un certo tema”. Al di là del modello, al di là del mezzo di diffusione, al di là della velocità di pubblicazione. I media stanno cambiando e dobbiamo rendercene conto.

  • Algoritmo Umano: sono diventato il mio editore

    Algoritmo Umano: sono diventato il mio editore

    Dopo tanto tempo e tanto lavoro, lo posso dire: sono diventato editore di me stesso.

    In questo periodo così particolare ho deciso di puntare tutto su un percorso di digitalizzazione dei miei prodotti e servizi. Il tutto per seguire i cambiamenti del mio lavoro che l’emergenza Covid-19 ha fortemente accelerato. L’obiettivo pazzo è questo: diventare editore di me stesso. Come tutti ho patito in questo periodo: perdita di clienti, clienti nuovi che non pagano, risorse al minimo, progetti interrotti bruscamente oppure completati velocemente.

    All’inizio della pandemia ho puntato tutto su due cose e posso dire di averle praticamente completate entrambe: la prima cosa è un libro sulla mobile content creation per tutti (e qui mi fermo, per scaramanzia), la seconda piccola impresa è la costruzione di una piattaforma di proposizione e vendita di contenuti editoriali, giornalistici e di approfondimento direttamente al pubblico. Questo hub informativo si chiama Algoritmo Umano ed è già vivo e scalciante con il suo progetto editoriale, i suoi contenuti, e il suo sistema di membership a pagamento per supportare il progetto o pagare i miei servizi.

    Diventare editore, diventare to go journalist

    I “to go journalist” sono un fenomeno presente nella storia internazionale del giornalismo e del mestiere del fare l’editore. Sono, tecnicamente, quei giornalisti presso i quali ti rechi direttamente perché li sai precisi e autorevoli su un determinato argomento. Posso fare un esempio conosciuto: se vuoi sapere di retroscena politici e di palazzo, di veline, nani e ballerine, in Italia un punto di riferimento è Roberto D’Agostino con il suo Dagospia. Ecco un “to go journalist” nostrano che emula il più conosciuto Matt Drudge con il suo Drudge Report. L’idea che un singolo giornalista sia una fonte uguale a un mezzo di comunicazione classico si è fatta strada nel web da tanto tempo.

    In questo periodo ci viene incontro la tecnologia che ci permette di impostare, con le corrette nozioni, piattaforme di proposizione e di vendita di contenuti e servizi che arrivano direttamente al cliente lettore. Con un progetto basato sulla tecnologia, sulla mobile content creation, sul futuro, sui cambiamenti della società, dell’economia, del lavoro e della vita digitale, anche io ho lavorato per creare una piattaforma nella quale togliere di mezzo, nel mio rapporto con il lettore spettatore, l’editore.

    Contenuti, produzioni, servizi, consulenze, formazione.

    Da questi giorni in avanti, tutta la mia professionalità sarà in vetrina sulla piattaforma di Algoritmo Umano e sarà acquistabile con grande facilità proprio sulle colonne di quel sito. Insomma, la mia provocatoria visione, “Sogno un mondo pieno di giornalisti e senza editori!”, è diventata realtà, almeno per quanto mi riguarda. Il viaggio è appena iniziato, ma il progetto è già chiaro: proporsi direttamente a tutti coloro che possano avere bisogno della mia professionalità (per realizzare qualcosa) o delle mie capacità di produttore di contenuti (per conoscere qualcosa). Contenuti, produzioni, servizi, consulenze, formazione: da oggi se vuoi Francesco Facchini vuoi Algoritmo Umano. Tutte queste sfaccettature della mia professionalità sono sulla piattaforma AU: basta sottoscrivere il giusto piano di membership.

    Un piccolo favore

    Per raffinare l’offerta di Algoritmo Umano ho realizzato anche un’indagine di mercato che vuole essere il primo dialogo con chi segue il mio lavoro. Già, perché Algoritmo Umano non sarà una semplice piattaforma di contenuti, ma soprattutto una piattaforma di interazione, dove chi mi segue può anche chiedere la pubblicazione di certi documenti o la creazione di certi servizi ad hoc per le sue esigenze e i suoi sogni. L’indagine la trovi qui sotto. Ti chiedo, quindi, un piccolo favore: compileresti l’indagine e la faresti compilare anche a qualche amico?

  • Intelligenza Artificiale e Smartphone: binomio da scoprire

    Intelligenza Artificiale e Smartphone: binomio da scoprire

    Quello dell’Intelligenza Artificiale è un argomento sulla bocca di molti in questo periodo di digitalizzazione forzata della comunicazione, del lavoro, delle carriere e delle aziende.

    La capacità dei computer, dei processori e delle device mobili come lo smartphone di processare algoritmi che imparano in modo autonomo dalle azioni e dalle operazioni dell’uomo sta diventando sempre più impattante nella vita di tutti i giorni. Dobbiamo, tuttavia, capire bene qual è il rapporto tra noi, lo smartphone e la AI per poter sfruttare al meglio questa potenzialità dei nostri apparecchi mobili.

    Quando fa tutto lo smartphone

    Il tuo smartphone ti corregge le foto, anticipa i tuoi scatti, crea video da solo, riempie da solo i testi delle tue mail. Ti toglie, detta in parole povere, il controllo su operazioni anche importanti che incidono sulla qualità del tuo contenuto. Esistono negli store delle app schiere di software per telefonini che ricorrono all’Intelligenza Artificiale per sviluppare autonomamente creazioni. Questo succede in particolare nel mondo dell’editing video, universo nel quale si sprecano le app automatiche per creare contenuti brevi e adatti ai social. Un altro campo in cui l’Intelligenza artificiale è strautilizzata è quello del riconoscimento della voce, della sottotitolazione automatica e della traduzione simultanea. Dell’interazione fra il web e la voce ho già parlato in un altro articolo che puoi trovare qui.

    Se non hai tempo, quindi, puoi affidarti all’Intelligenza Artificiale e allo smartphone, lasciando a loro il comando. Se desideri mantenere il controllo della creazione, invece, l’Intelligenza Artificiale sta iniziando a venire in aiuto in situazioni molto particolari.

    Il caso Adobe Premiere Rush

    Nel 2019 è uscita Adobe Premiere Rush, suite di montaggio multipiattaforma che è una sorella minore di Premiere e il tentativo di Adobe di portare tutto il suo know how sui telefonini. Dopo pochi mesi aveva presentato il suo autoreframe. Di cosa si tratta? Di un algoritmo, basato sull’Intelligenza Artificiale, che ricompone in verticale o in altri formati un video girato in 16:9, quindi in orizzontale. Nei giorni scorsi Adobe lo ha implementato nella sua versione beta della app la funzione e io ne ho testato il risultato. Eccolo qui sotto.

    La quarta puntata di Smartphone Files, tutto quello di buono che si può fare con un telefono.

    Il prodotto è incoraggiante, ma migliorabile. L’Intelligenza Artificiale, a mio avviso, risulta determinante nel modo più utile. Vale a dire che ti lascia fare il tuo contenuto e poi te lo adatta alle diverse opportunità di pubblicazione. Il padrone dei comandi, quindi, resti tu, ma lo smartphone fa per te una funzione che ti fa risparmiare un’enorme quantità di tempo (pensa a chi deve produrre contenuti per sito e social contemporaneamente) senza offendere quello che hai messo dentro il contenuto stesso.

  • Mobile Journalism e aziende: note utili per un percorso

    Mobile Journalism e aziende: note utili per un percorso

    Mobile Journalism: le imprese scoprono un tesoro.

    Sono in viaggio per produrre dei video su una serie di imprese legate a un progetto di valorizzazione di un brand della grande distribuzione alimentare. Un patrimonio italiano di grande eccellenza, un tesoro che va raccontato. Per questo ora serve più che mai il mobile journalism come elemento di storytelling da incastonare nel progetto di immagine e comunicazione di qualsiasi realtà di impresa. Lo smartphone è uno strumento di produzione del contenuto di impareggiabile valore. Ecco perché

    Lo smartphone è veloce.

    I criteri del mobile journalism e le sue modalità produttive sono facili e veloci. Viene quasi da dire che un produttore di contenuti è davvero un megafono in tempo reale della storia, dei progetti e dei sogni di un’impresa. Lavorare con il mobile journalism dentro l’azienda è veloce, per la facilità di piazzare le attrezzature per interviste e immagini e per l’amichevolezza che il piccolo telefonino ispira in chi viene coinvolto nel racconto. Lo smartphone è rapido a piazzarsi e rapido a eseguire le immagini, rapido a gestire il montaggio, rapido a facilitare la pubblicazione.

    Lo smartphone è piccolo.

    Qui nelle Langhe ho visitato piccole aziende creatrici di straordinari prodotti alimentari basati su prodotti della terra eccellenti. Queste aziende sono a conduzione famigliare, hanno ambienti stretti e devono rispettare disposizioni sanitarie ancora più rigide. Questo complica per operazioni per un giornalista o un produttore di contenuti che si introduca nella realtà che deve raccontare. Ecco, la cosa si annulla con il mobile journalism. Smartphone alla mano si può entrare nel cuore delle storie e delle aziende. Con la facilità, poi, che lo smarpthone regala anche nella gestione dei siti, tutto diventa più fluido e meno invasivo nei confronti delle persone che stanno lavorando. Lo smartphone è piccolo e non si vede, non invade il campo.

    Lo smartphone scioglie le parole

    Lo smartphone e le tecniche del mobile journalism, per aziende e brand, aiutano il produttore dei contenuti a scogliere le parole di chi racconta. Mi sono trovato davanti imprenditori dediti al loro lavoro e poco adusi alle telecamere. Ebbene si sono sciolti tutti davanti al piccolo aggeggio, facendomi entrare nei segreti nella loro storia. Parole sciolte, parole in libertà che, con il combinato disposto delle immagini vicine di cui è cassa e lo smartphone, hanno dato un risultato smarcato, grezzo, vero. Il mobile journalism è, detto molto sinceramente e con franchezza, è un facilitatore dell’interazione tra il produttore e il protagonista delle storie.

    Lo smartphone, insomma, è uno strumento di racconto e di interazione tra l’azienda e il pubblico, il mobile journalism è la cultura da usare per valorizzare il risultato e produrre contenuti di brand che siano la spina dorsale di un innovativo progetto di immagine e racconto di un’impresa. Anche della tua.

    Questo articolo è stato scritto con l’iPad presso la paradisiaca Agricola Brandini nelle Langhe. Info su www.agricolabrandini.it.

    Leggi anche – Comunicazione aziendale, come migliorarla con lo smartphone

  • Il contrario di virtuale è… fisico

    Il contrario di virtuale è… fisico

    Lo smartphone cambia i percorsi delle parole: una di quelle cambiate è virtuale.

    La nostra esistenza online è diventata più importante e decisiva durante questo scorcio della nostra esistenza. A causa della pandemia abbiamo iniziato a dare maggiore consistenza alle interazioni virtuali, per necessità o per amore. Al centro del nostro agire lo smartphone e quella sua capacità di essere ponte di relazioni proprio nel mondo connesso. La nostra realtà virtuale si è incastrata sempre di più nella nostra realtà fisica. Ha volte, certi passaggi fatti in virtuale con lo smartphone, sono diventati proprio degli acceleratori dei passaggi fisici. Allora mi viene spontaneo andare a indagare il significato della parola. Immergendosi nelle parole, molto spesso, si scoprono… errori.

    Quello che recita il dizionario

    Il Treccani parla chiaro: “In filosofia sinonimo di potenziale, cioè esistente in potenza e non in atto”. E poi: “In fisica, in matematica e nella tecnica, in contrapp. a realeeffettivo, si dice di enti o grandezze che, pur non corrispondendo a oggetti o quantità reali, possono essere introdotti o considerati per determinati scopi di calcolo, di rappresentazione o di deduzione logica”. La parola virtuale, quindi, ha un concetto di potenza e non di atto e il suo contrario è reale. Ecco, come se il virtuale non fosse reale. Il concetto di realtà virtuale, quindi, sembra una cosa senza senso, una contrapposizione tra esistente e non esistente. Mi sembra un grave errore, vista la realtà virtuale che, grazie ai nostri smartphone, stiamo realmente vivendo.

    Aggiustare il tiro

    Forse, per capire meglio l’ambito virtuale della nostra vita e le azioni che facciamo con lo smartphone, sarebbe il caso di cominciare a cambiare il senso del suo esatto contrario. Pensare che il virtuale sia qualcosa di non esistente e contrapposto alla realtà è un errore che non dovrebbe essere commesso. Dobbiamo smettere di considerare il digitale, vale a dire la parte della nostra vita che viviamo con lo smartphone, come una bolla contrapponibile alla realtà. Il virtuale è reale, i suoi effetti sono reali, i comportamenti che teniamo nei rapporti e nelle interazioni virtuali sono reali. Di conseguenza il contrario di virtuale non è reale, ma fisico.

    Toccare o non toccare

    Insomma, nel mondo digitale, grazie alla trasformazione in calcoli delle mie azioni fisiche, non posso avere a disposizione una realtà fisica, non posso toccare materialmente il risultato delle mie operazioni. Nel mondo reale, sì, lo posso fare. Toccare o non toccare una cosa, un’azione, un oggetto, un servizio. Certo non si può trasformare in digitale tutto quello che è reale, almeno non per ora, ma dobbiamo imparare a considerare il virtuale come una parte integrante della nostra realtà percepita. Diciamo che la nostra fisicità non potrà mai essere totalmente sostituita dal mondo digitale (almeno spero), ma contrapporre il virtuale al reale è un errore che non possiamo più permetterci di fare.

    Leggi anche – Voice First Era: rivoluzione controversa