Autore: Francesco Facchini

  • Il progetto Prontolo

    Il progetto Prontolo

    L’azienda Gunnen, tech company che sviluppa la app di ecommerce e servizi Prontolo, mi ha ingaggiato lo scorso settembre come Mobile Communication Advisor.

    Ho concepito il progetto come un modello innovativo basato sul contenuto per raccontare i valori e le potenzialità della app ai potenziali clienti e per disegnare un ritratto veritiero e consistente del mondo a cui la stessa di rivolge. Ho creato gli strumenti, le piattaforme sociali, cambiato il linguaggio dell’azienda e del suo business, aperto l’interazione con il pubblico mettendo sempre al centro il contenuto. Mi è stato chiesto, in modo secco, di “creare un linguaggio nuovo per un business tecnologico che lavora sul mobile”. Nessuno strumento di racconto, in questo come in molti altri casi, poteva essere migliore del mio smartphone.

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  • Insta 360 Go: microcamera da amare e odiare

    Insta 360 Go: microcamera da amare e odiare

    Venti grammi di grande potenza.

    La Insta 360 Go è uscita qualche mese fa, ma solo in queste vacanze di Natale ho avuto occasione di averla tra le mani e di giocarci un po’. Si tratta di una piccolissima fotocamera di poco più di 20 grammi che stacca video alti 2720 pixel (più di 4K, si tratta di file rotondi) e fino a 60 frame per secondo, con bitrate variabile tra 30 e 40 mega. Nota bene: quando esporti i file via app la definizione scende a 1080 e quindi è un bluff la definizione di partenza. Al tuo occhio non arriverà mai. La Insta 360 Go è un oggetto che stravolge la tua videografia perché fa diventare estremamente facile la ripresa da angoli e da posizioni impensabili con qualsiasi altro hardware.

    Perché l’ho amata subito.

    Ho amato subito la Insta 360 Go perché, in perfetto stile mobile, ti apre delle possibilità di fare immagini, essendo una vera wearable camera, che non ti sogneresti nemmeno di fare anche con lo smartphone in mano. Con il suo angolo aperto e fisheye, la Instac 360 Go ti regala, piani soggettivi, visioni oculari, carrellate in movimento, con la potenza della flow state stabilization che soffre un po’ sui microtremori, ma sembra steady alla vista finale.

    La attacchi ovunque con i suoi supporti magnetici e a colla. Quando la tieni fra le mani ti suggerisce angolature e nuovi formati in continuazione. E’ un oggetto che diventerà indispensabile per il mio lavoro in brevissimo tempo, perché fa diventare ancora più ricche le immagini di copertura. Oppure può suggerire format come le interviste alla macchina del caffé, 60 secondi per conoscersi meglio, format sul quale ho intenzione di lavorare per il 2020. Però non chiedetegli di fare la videocamera vera…

    Comunque non vedo l’ora di vedere la Insta 360 Go nelle mani di Yusuf Omar perché lui, maestro e profeta del wearable journalism, saprà sicuramente farne un uso meraviglioso. 

    Perché la odio moltissimo.

    La Insta 360 Go è l’ultimo esempio di prodotto della Insta sul quale, per abbassare il costo iniziale, è stata tagliata la possibilità di servire il cliente dopo l’acquisto. Questo hardware, infatti, è un hardware che si maneggia con paura perché alla prima caduta potrebbe spaccarsi e farti entrare in una specie di incubo che è quello cui Insta sottopone il cliente che rompa un pezzo come una Insta 360 Go. Se avviene, infatti, ci si può scordare di avere un servizio nel proprio paese e bisogna affidarsi alla spedizione del pezzo alla Casa Madre, per vederlo tornare, forse, 20 giorni dopo con costi di riparazione e di dazi. Se volete comprare una Insta 360 Go, quindi, sappiate che è un gadget costoso per essere un “usa e getta”. Questo è il motivo per cui adoro la filosofia che c’è dietro questo progetto, ma odio la sua delicatezza e la mancanza di aiuto che c’è nei confronti del cliente nel servizio post-vendita. Spero che la cosa possa cambiare, magari a discapito del prezzo.

  • Mojofest 2020 sta facendo la storia dei media

    Mojofest 2020 sta facendo la storia dei media

    Mobile content creation: tutto cambia. Ancora.

    Mojofest ritorna anche nel 2020 e questa è una notizia. A Galway nel 2019 ci si era lasciati con un arrivederci che sembrava un addio, ma Glen Mulcahy e il suo team sono riusciti a fare un vero miracolo. In questo periodo molto difficile dal punto di vista economico hanno trovato una solida partnership con l’evento inglese Media Production and Technology Show e hanno incastonato Mojofest in questa manifestazione che rappresenta un eccellente punto di incontro per l’industria dei media in Inghilterra (e oltre). Andrà in scena il 13 e il 14 maggio 2020 all’Olympia Theatre con ingresso gratuito per la due giorni. La fiera, famosa come MPS nel territorio inglese, è organizzata dalla rivista Media Business Insights e conterrà anche il meglio della industria della mobile content creation che arriva da Mojofest. Questa confluenza è un evidente segnale che la storia sta per cambiare. Il motivo? Te lo spiego subito.

    Mobile Content Creation e Broadcasting: alla pari.

    La parte di Mojofest di questo evento avrà anche numerosi workshop a pagamento in un probabile terzo giorno di accesso alla venue dell’Olympia. Ah, a proposito: se volete il vostro ingresso registratevi qui. In gennaio Mulcahy e i suoi comunicheranno il calendario e si potrà acquistare il biglietto per i seminari sul sito di Mojofest. Mulcahy è riuscito nell’impresa storica di far valere il mojo e la sua community alla pari dell’industria della tv e di metterle insieme, sullo stesso piano. Londra, infatti, è un posto dove si sta sperimentando da tempo l’integrazione tra mobile journalism e broadcasting e l’evento di maggio sarà un acceleratore di questo processo di dialogo, finalmente alla pari.

    Complimenti a Glen.

    Glem Mulcahy, fondatore della comunità mondiale dei mojo, è stato magistrale nell’operazione di alleggerimento dei costi e di moltiplicazione delle opportunità. Davvero un’operazione fenomenale da parte di chi ha capito, così come è per Philippe Couve e per la sua La Vidéo Mobile, che se si voleva un futuro per la mobile content creation ci si doveva aprire all’innovazione nel mondo dei media. Già, perché in fondo, noi siamo quelli che stanno cambiando l’industria dei media. E se ne sono accorti in molti .

  • Pulitzer per l’audio: un messaggio grande così

    Pulitzer per l’audio: un messaggio grande così

    Il premio Pulitzer ha deciso di inserire, notizia del 5 dicembre 2019, una sezione per l’audio journalism. E’ un messaggio grande così per il giornalismo… un messaggio che in italia passa sotto silenzio.

    Il Pulitzer ascolta i tempi.

    Beh, il titolo è quantomai azzeccato per sintetizzare quello che l’annuncio del board del Pulitzer che, probabilmente, hai letto qui sopra, vuole dire. Il premio che riconosce l’eccellenza del giornalismo americano (e forse anche mondiale, verrebbe da dire) ha aperto questa nuova categoria per rappresentare un settore, quello del podcasting, naturalmente, che negli Stati Uniti ha sorpassato il miliardo di euro di giro d’affari e vede circa 90 milioni di persone al mese impegnate ad ascoltare i loro programmi preferiti. Gli show su Apple Podcast sono aumentati del 50% in un anno e le tendenze mondiali parlano di una crescita del 15% anno di questo tipo di prodotti editoriali.

    Il Pulitzer rilancia: vogliamo giornalismo sartoriale.

    Il crescere esponenziale di questo tipo di medium ha rilanciato l’idea che ci sia spazio per tornare a prodotti giornalistici “taylor-made” sia per quanto riguarda la qualità degli argomenti, sia per quanto riguarda l’adattamento al nuovo medium. Già, perché il podcast è più di un’evoluzione della radio e questo il premio Pulitzer lo ha capito molto bene. Anzi, questo passo in avanti del Pulitzer verso i podcast farà benissimo ai podcast stessi, perché darà loro maggiore credibilità. Il tutto mentre in Italia questo sussulto del Pulitzer passa inosservato e si continua a mettere online prodotti che sono il ricicciamento di programmi radio, lasciando il sottobosco dei podcast italiani, tra i quali ce ne saranno di bellissimi, allo stato brado.

    Il messaggio grande così.

    Il messaggio del premio Pulitzer dice che dobbiamo svegliarci e considerare il podcast come un medium nuovo e coltivarne la crescita e lo sviluppo, la cura e la cultura. Il messaggio del premio Pulitzer dice che il mezzo può essere usato anche dalle aziende per arrivare più vicino, in modo informale e diretto, ai clienti e agli appassionati. Per questo motivo sto sperimentando sul campo la vita del podcaster con il mio Sharingdaddy Show e per questo sto settando, con la collaborazione dell’azienda Mogar Music, la migliore strumentazione “mobile” per farlo in perfetta mobilità. Se vuoi qualche consiglio in merito sai dove trovarmi, se vuoi ascoltare qualcosina puoi andare qui.

    Ascolta “Sharingdaddy Show” su Spreaker.

    Image by Rudy and Peter Skitterians from Pixabay

  • Brand Journalism, quando un cliente ti dice: “Crea un linguaggio”

    Brand Journalism, quando un cliente ti dice: “Crea un linguaggio”

    Brand Journalism e mobile content creation: il binomio funziona eccome.

    L’iconografia che è passata finora del brand journalism è legata a marchi famosi e ad aziende strutturate. Non è così: c’è un intero mercato da scoprire anche per le piccole imprese che, oltre ai marketer e ai digital strategist, cominciano ad avere voglia di tenersi in casa un giornalista per raccontare il loro business.

    Io sto sviluppando dei progetti per due pmi in settori molto diversi, ma posso dire che in entrambi i casi si è visto l’effetto numerico di allargamento della base e del pubblico anche nella parte iniziale dei progetti di brand journalism sviluppati nelle due realtà. Gli strumenti più efficaci, più veloci e meno costosi? Quelli della mobile content creation. Ma c’è di più

    Le parole che non ti ho mai detto.

    Usare il mojo per raccontarsi al cliente in un progetto di brand journalism è come sedersi vicino a lui e dirgli: “Ora ti dico le parole che non ti ho mai detto”. Il brand journalism in salsa “mobile”, infatti, è un linguaggio smarcato, immediato, veloce, ritmato, magari grezzo ma vero. Per questo è più confidenziale di qualsiasi altra comunicazione corporate. Gli strumenti mobile hanno il vantaggio di essere leggeri e versatili, meno costosi e più capaci di produrre un risultato produttivo che sia molto vicino al cliente.

    Mi succedono cose strane.

    Sto impostando il lavoro con un cliente di Vimodrone di cui, per scaramanzia, non dico il nome. Un lavoro particolare, con carattere commerciale, ma contenuto editoriale. Mi è stata chiesta una cosa strana. Ricordo bene le parole: “Crea un linguaggio, Facchini! Crea un linguaggio!”

    Il grande segreto della mobile content creation.

    Bella sfida, che ne dici? E’ proprio una bella sfida quella di creare un linguaggio video per un cliente, quel mix che dia un impasto tale che, alla vista, il target scelto sia talmente affascinato da restare li a guardare. Il grande segreto della mobile content creation è questo. Con gli hardware, i software, i formati, le app di grafica, titolazione, post produzione, diventano infiniti i possibili linguaggi da mettere in campo. Sono molte le variabili combinabili, al mobile content creator sta il lavoro di poterle combinare in modo tale da servire il piatto migliore al target di riferimento finale. Proprio come uno chef che sta in cucina a combinare variabili, in attesa di farle planare nei piatti con il giusto mix e di far portare i piatti in sala, per gli ospiti.

    Image by Free-Photos from Pixabay

  • Caro giornalista, hai bisogno di un business model

    Caro giornalista, hai bisogno di un business model

    I miei contatti con il mondo accademico e con il mondo dell’Ordine dei Giornalisti si sono diradati.

    Non sto qui a spiegarne le ragioni, anche perché non desidero proprio fare polemica. Tuttavia ti dico che ho visto di tutto. Ho visto soprattutto che ai giornalisti manca anche la più minima cognizione di quello che vuol dire l’espressione business model. Riflettendo proprio sui business model mi sono ricordato che ne avevo parlato molto tempo fa. Puoi vedere il mio articolo qui. Il presente, invece, mi porta a pensare che stiano aumentando le possibilità di crearsi in modo autonomo una carriera, ma non ci sono, sul mercato del lavoro giornalistico attori in grado di cogliere le occasioni.

    I giornali sono morti che camminano.

    Ho visto un’infografica di Prima Comunicazione che ha ben visualizzato il dramma nel quale versano i giornali italiani, in costante emorragia di copie. Questo è lo stato dell’arte e in fondo all’abisso ci sono i giornalisti, obbligati a diventare dei paria intoccabili pagati 5 euro a pezzo (se va bene) per fare i loro pezzi. Questa condizione li ha completamente bloccati nell’operazione di ridefinizione della carriera, degli strumenti, dei committenti e delle piattaforme dove poter fare il lavoro che amano. Come se non bastasse la tecnologia li ha completamente travolti lasciandoli prigionieri del romantico passato della loro processione. Buona ultima è arrivata l’accademia, la quale di business model manco si sogna di parlare. La tv, poi, arranca battendo la coda come un capitone in una pescheria, ricicciando le produzioni broadcast super costose dentro delle app che sono minestroni di contenuti.

    Il business model, però, è necessario.

    Ora le opportunità si stanno moltiplicando. Fioriscono le piattaforme di pubblicazione, con particolare riferimento all’audio e al podcasting. Diminuiscono i costi per poter fare in autonomia produzioni complicatissime (dirette multicamera, registrazioni multicamera, video in 4K), mutano i posti dove c’è esigenza di un giornalista (aziende, enti, istituzioni, personaggi pubblici e potrei stare qui a dirne ancora di più), cambiano le tipologie di prodotti, si creano le community gestite direttamente da giornalisti, ma anche i progetti di interazione (i vecchi eventi) nei quali un giornalista può essere serenamente quel tipo di racconto e di storytelling che crea un interesse per il quale il pubblico vuole pagare. Per sapere, per sentirsi parte di una community, per incidere. Per contare ancora qualcosa. Per sviluppare tutto questo il giornalista che si propone sul mercato ha bisogno di un business model. Analisi del mercato, analisi dei costi, portafogli di prodotti, format di prova, previsioni dei ricavi. Il business model, insomma è necessario…

    Ma perché?

    Il business model è come la strada del proprio percorso personale che non ti fa deflettere dall’obiettivo e non ti fa cedere a condizionamenti che arrivano dal passato. Se, banalmente, non lo usi, quel clientuccio che ti chiede un favore non ti pagherà quello che meriti e quello che può sostenere i tuoi costi e la tua vita. “Ma sì, dai, stai due minuti a scrivere questo testo”: questa è la classica frase trappola che se hai un business model davanti non riuscirai ad accettare. Perché davanti hai i numeri e quelli ti dicono chiaramente che, se accetti la 50 euro di straforo, lavori gratis. Ecco perché il business model serve… eccome se serve. Ti lascio con una domanda: non è che il fatto che non venga insegnato, percepito, ritenuto importante, è frutto di un piano preciso? Aspetto commenti….